Punto G.ira


Boccio, controfigura di altrui inettitudine
 

Siete fuori strada se vi aspettate un editoriale furente e furibondo, contro chi sta facendo colare a picco una società con quasi sessant'anni di storia, che tanto faticosamente aveva raccolto il testimone di una realtà precedente a sua volta umiliata da personaggi imbelli. Intendiamoci, il fungo atomico che sta per levarsi sopra San Mercuriale è uno sfregio - non il primo - alla passione di una piazza che sarà anche nevrastenica, litigiosa e squilibrata, ma che in tutte le sue composite anime ama a dismisura il basket, il Palafiera, il rito della domenica a vedere la pallacanestro. Una piazza che davvero non merita lo spettacolo, drammatico e allo stesso tempo comico, cui sta assistendo.

Il pover'uomo - grande grosso ma dalle spalle fragilissime - cui è stato messo sulle spalle uno zaino pieno di debiti, menzogne e segreti inconfessabili (elemento tutto da studiare: in cui dolo e narcisismo, simpatica mitomania e forza persuasiva si mixano in un cocktail esplosivo), è solo l'ultimo anello di una catena di inettitudine che viene da lontano. Dall'estate del 2011, per l'esattezza, quella subito dopo la Spring Madness. Quando una trentina di soggetti - tanti, troppi - si ritrovarono in Municipio in un vernissage in cui l'allora sindaco Balzani scoprì suo malgrado che in città si giocava uno sport chiamato basket. Tutti (tranne Balzani, che officiava ma non capiva) sognavano, diciamo pure sognavamo, che quella cavalcata-salvezza proseguisse, proiettando finalmente Forlì verso una meritata dimensione da Serie A. E se ne aveva ben donde: tre mesi di puro delirio cestistico avevano finalmente stanato "i tifosi coi soldi". Già, perchè tra i Fluidifikas e l'Associazione Forlì per il Basket, quella volta c'erano anche loro. I ricchi appassionati. Coloro che di lì a poco sarebbero stati manipolati prima, spolpati poi. Da un'oligarchia di incapaci, che si credevano dei fenomeni del basket, che ritenevano che la 'società allargata' avrebbe consentito loro di fare i boss con i soldi altrui, che credevano che i loro munifici partner avrebbero finanziato vita natural durante i loro bisticci e i loro ridicoli consigli direttivi.

Sullo sfondo di due retrocessioni immonde, inframezzate da una stagione volgare e stracciona, in cui si fece un quarto di finale playoff alla modica cifra di 2 milioni di euro (a Grazioso non avevano ancora spiegato che i contratti orali nel 2012 non valevano), la gioiosa macchina da guerra si desertificò. Se ne andarono praticamente tutti, compreso Nicola Alberani, l'unica persona su cui - per età e capacità - forse valeva la pena investire (perlomeno la storia questo ha detto). Rimasero, al netto di qualche ininfluente scherano, solo Giannelli e Grazioso. A parlarsi addosso pero ore, giorni, settimane. Con Benzoni - poveretto - a tentar di capirci qualcosa. Più un paio di migliaia di sfibrati appassionati, messi gli uni contro gli altri in una vergognosa guerra per bande.

Quando tutto sembrava finito e la FulgorLibertas pareva prossima ad auto-emarginarsi in qualche campionato clandestino, sommersa da lodi e creditori - e qui veniamo all'estate 2014 - apparve Boccio. Per inciso, uno che ai tempi del basket di Achille Galassi e Maurizio Gherardini, di Porelli e di Valer Scavolini, più che il patron avrebbe fatto il parcheggiatore fuori dal Palafiera. Però nel 2014 dei Tavecchio, Boccio era l'uomo ideale cui passare una simile patata bollente. Voglioso di riscattarsi nel mondo del basket dopo i casini di Caffè Maxim, pronto ad accollarsi tutto non avendo di fatto nulla da perdere, Max potè maramaldeggiare in uno dei pochissimi contesti del mondo moderno in cui puoi millantare di avere milioni di euro e lavorare in borsa quando sei bancarottiere fraudolento, in cui puoi assicurarti immagine e prestazioni di fior di professionisti (Becirovic, Zizic, Carraretto, Bucci, Frattin) senza avere un euro "vero" in tasca, in cui puoi sproloquiare a vanvera senza che chi dovrebbe vigilare (Fip e Lnp) abbia nulla da ridire. Come si dice in questi casi: la qualità del compratore certifica la qualità del venditore. Sta di fatto che il mitico Boccio - sì, mitico: perchè dei pochi mesi forlivesi di quest'uomo, fidatevi, fra trent'anni si parlerà ancora sotto ai loggiati di Corso della Repubblica - ha potuto cominciare a scoriandolare i suoi assegni cabriolet, perculando allegramente amministrazioni (Drei era troppo impegnato a pianificare l'installazione del fondamentale Sirio), enti pubblici (il povero Nannini ci ha lasciato il cuore, pace all'anima sua, ma chissà perchè nei due anni precedenti consentì senza colpo ferire l'affastellarsi di oltre 100.000 euro di affitti non pagati al Palafiera), più ristoranti, alberghi, vecchi creditori illusisi (solo per qualche attimo) che qualcuno avrebbe dato loro i meritati denari. E i tifosi? E i giornalisti? Chi più, chi meno, chi bisbigliandolo, chi urlandolo, sapevano che sarebbe stata un'avventura. Intensa ma breve. Contraddittoria. In cui il panettone si sperava di mangiarlo, quello sì. Quella che, dal primissimo minuto, descrivemmo come una "roulette russa".

Oggi, che il temuto colpo di pistola è esploso e Forlì ha toccato il fondo sotto ogni punto di vista - stranieri in fuga, giocatori in sciopero, punti di penalizzazione, atleti sfrattati. Oggi che Boccio ha battuto qualsiasi berlusconiano record di menzogne in sequenza. Oggi che Bucci chiude - alle prese con ben altri problemi: in bocca al lupo, Alberto - la sua triste trilogia da improvvido testimonial. Oggi che Frattin combatte la sua incazzosa battaglia con la stampa forlivese, nella sua distorta prospettiva causa di tutti i mali (ditegli che è tutto finito: c'è solo da far le valigie e trovarsi un lavoro vero). Oggi tutti i sentimenti sono leciti e consentiti. Tranne uno: lo stupore. Nessuno può umanamente dire: "Strano, credevo che Boccio...". Ecco, di solito in questi casi prevale la nostalgia. Siamo nel tipico caso in cui potresti cominciare a leggere, se non in qualche editoriale, magari in qualche post su facebook, robe tipo "Si stava meglio quando si stava peggio"... "aridatece Grazioso"... "aridatece" Giannelli... "aridatece" Genesi... "aridatece" Arpaia. Cosa che non si sta verificando proprio per nulla.

Boccio, cui andrebbe corrisposto seduta stante un Daspo a vita affinchè non possa far mai più danni nello sport italiano, più a monte della sua gargantuesca ingenuità, è anche e soprattutto la degna controfigura di altrui inettitudine, il parafulmine di un progetto che - lo appurerà la magistratura presto, vedrete - ha contorni truffaldini, forse criminali. Mentre il Pirata fa schiantare il vascello contro gli scogli, da dietro taluni personaggi vanno riorganizzandosi. Sognano di tornare, dal basso, belli ripuliti, a fare i fenomeni del basket cittadino. Ma gli appassionati di basket di Forlì, che non faranno mai l'Eurolega (anche se Boccio sosteneva il contrario) e che pure sono stati spesso da scudetto quanto a passione e anche quanto a ingenuità, potrebbe essere la volta che non abboccano. Perchè a nessuno passa lontanamente per la testa di dire "aridatece". Non "aridatece" un cazzo di quello che s'è visto negli ultimi 5 anni. Se la gente di Forlì ha scelto spericolatamente di "stare con Pirata", anche se era chiaramente il Pirata più improbabile del pianeta terra, lo ha fatto pur di non "stare" con certe figurine. Che dopodonami, ribadiamo, riappariranno dicendo "rieccoci qua".

Ecco perchè l'idea che irrompa garbatamente sulla scena una persona seria, responsabile e "normale" come Giuseppe Rossi da Bologna (via Lugo) a noi intriga. Mentre ad alcuni personaggi rompe le uova nel paniere e fa girare pesantemente le scatole.

Riccardo Girardi
Contributo originale a cura di forlibasket.it.
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A cura di
Riccardo Girardi
riccardogirardi@forlibasket.it



Articolo pubblicato
Giovedì 11 dicembre 2014 23:40

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