Metà anni ‘80. Mentre l’Europa naviga dentro una prosperità economica che qualche anno più tardi scoprirà fasulla e pagherà ad altissimo prezzo, l’Africa è devastata da guerre civili fra tribù. In Nigeria il 1 gennaio del 1984, il generale musulmano Muhamad Buhari è protagonista del quarto colpo di stato nella storia della repubblica nigeriana. Il governo in carica di Shagari è accusato di corruzione nel settore petrolifero, che da solo costituisce il 95% delle entrate del paese in valuta estera. Una ricchezza che si dividono in pochi, mentre la maggioranza mangia il pranzo con lo scarso ottimismo di chi sa che difficilmente ci accompagnerà la cena. Gli arresti sono numerosi a tutti i livelli e i governatori civili, alcuni dei quali spariscono nel nulla, vengono sostituiti dai militari. Non si riesce ad arginare la crisi economica, la popolazione insorge. Il governo militare non la prende in simpatia e comincia a perseguitare gli oppositori casa per casa. La repressione messa in atto dal governo si traduce nell’espulsione di 600.000 stranieri.
Goodwin ed Elizabeth Ebi vivono ad Enugu, piccolo paesino ad Est della Nigeria. Sono rientrati da poco da Londra, dove è nato uno dei loro tre figli, Ndudi (che significa “vita”) Hamani. Fanno parte della tribù degli Igbo, una delle più numerose in Africa. Roba da 45 milioni di persone sparse in tutto il continente nero. Dotatine fisicamente, tra l’altro, visto che proprio da quella tribù arrivano sul mercato, tra gli altri, Andrè Iguodala, Nwankwo Kanu, Jay Jay Okocha, Emeka Okafor ma anche l’italianissimo Stefano Okaka. L’idea della famiglia Ebi è di riabbracciare la propria terra e far crescere lì la pargolanza. La sceneggiatura non va esattamente così. La Nigeria è una polveriera, non c’è nessuna garanzia di pace duratura. La Ebi’s family fa la scelta: saluta tutti, prepara due valigie e prende il primo volo per gli States. Bisogna ricominciare tutto da capo.
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Houston, Texas. Gli Ebi atterrano lì. Ecco, come scelta bene ma non benissimo. Immaginatevi 5 nigeriani nella terra in cui si gira con la pistola nel cruscotto, le bandiere sudiste sventolano nei cortili ed il Ku Klux Klan raccoglie ovazioni. Non li hanno esattamente accolti con i fiori all’aeroporto. Gli Ebi si barcamenano, riescono a farsi largo all’interno del clima pesantuccio che li circonda, tanto da mandare uno dei loro figli Ndudi alla rispettabilissima Westbury Christian High School. Scuola bianca come il latte dove il nostro, che nei playground aveva già fatto vedere che saltare e schiacciare non erano esattamente sotto la voce problemi, atterra come un marziano. Ebi, a cui l’ego raramente ha fatto difetto, devasta il campionato texano. Viaggia a 23 punti, 12 rimbalzi e quattro stoppate di media senza nemmeno allacciarsi le scarpe. A 19 anni il Texas lo eleva a stella assoluta. Gli scout Nba ci pensano il tempo di un sospiro e si fiondano sull’africano.
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Goodwin Ebi, il padre, con la saggezza di chi due robe nella vita le ha viste, cerca di convincere il figlio che è ancora troppo presto per lui per andare a giocare contro i cristoni di Stern. Risposta di Ndudi “Tranquillo pà, vado alla University of Arizona per almeno due anni, sicuro” “Sicuro?” “Sicuro, sicuro, t’ho detto di star tranquillo”. Gli agenti Nba, che sanno come convincere un diciannovenne, lo fanno girare per una settimana tra alberghi extralusso, limousine e qualche ragazza che non ha la studio della teologia tra le proprie priorità. Le promesse al genitore vanno un tantinello a ramengo. Quando poi i soliti agenti cominciano a pompare l’ego del ragazzo raccontandogli che lui al piano di sopra andrà non a giocare ma a dominare, che lui brutto brutto andrà nelle prime 15, che lui dopo “The Choosen One” LeBron è il miglior 19enne d’America, ecco che Ndudi Ebi fa la scelta che ucciderà una carriera che poteva essere ma non sarà mai. Si dichiara al draft del 2003. Sfiga: è il draft di LeBron. Livello altuccio. Tra i primi 5 ci sono LeBron, DWade, Bosh ed Anthony con Milicic che ha la faccia di chi passa di lì per caso. Nelle prime 15 non si entra, si arriva alla fine del primo giro, subito dopo Carlos Delfino è il momento di Ebi. A puntarci un gettone sono i TWolves. Ecco, nel ruolo di Ebi, in Minnesota, c’è “solo” Kevin Garnett in versione “The Revolution”. Dura, ragazzo, dura.
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A Minneapolis si aspettano che arrivi il ragazzino figlio di nigeriani che a 17 anni era famoso per scrivere poesie nel suo notebook e che lavorava a testa bassa per diventare un giocatore migliore. Non è così. Sbarca uno a cui hanno detto che è forte per davvero che si porta in allegato i suoi "fans". Ebi si crede un giocatore prontissimo per la Nba, da minuti importanti. Sotto di lì, nemmeno stare a discutere. Garnett? Garnett chi? 17 partite a capire se val la pena sopportare un caratterino non esattamente episcopale. Poi via nel purgatorio della lista infortunati con una capatina in D-League. Ci si prova per un triennio, fra Summer League che il nostro affronta col piglio del Marchese del Grillo “Io so io e voi non siete un c…” non esattamente d’uopo quando dall’altra parte hai un branco di affamati che per un mensile venderebbero la sorella, e contrattini per tappare qualche buco. La Nba dice basta, Ebi se ne va sbattendo la porta. Tanto c’è l’Europa che lo aspetta.
Parte dall’alto. Serie A Israeliana col Bnei Sharon. Domina, come sempre farà quando deciderà di allacciarsi le scarpe. Però è insoddisfatto. Per l’ennesima volta si sente più forte, si sente sprecato nel campionato dove gioca. Altra Summer League estiva. Calci nelle terga come se piovessero. Poi Ferrara, poi Rimini, dove le voci su una vita notturna sulla cresta dell’onda hanno la meglio su una stagione in cui, finché un bonifico arriva in banca, è il miglior lungo del campionato. L’estate è sempre la stessa: il suo procuratore che lo convince che lui è lui, che vale, e via a sparar cifre in giro per l’Europa. In cui i gonzi non abboccano. Si riparte da Imola col solito menù: se ne ha voglia vince da solo, si sente troppo forte per giocare con quelli che gli stanno intorno, ed alla prima partita in cui la frustrazione sale, si fa buttar fuori sfanculando gli arbitri. In attesa dell’ennesima estate di illusioni.






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