Il commento


L'ultima idiozia: 'Forlì città razzista'
Dai 'terribili' ululati al nazi-telecronista: parlare di basket no?

Commento di
Riccardo Girardi

Breve premessa. Non seguirà una puerile difesa del Municipio o del campanile. Chi segue il nostro lavoro sa che siamo più severi, duri e puri con Forlì, coi forlivesi e con noi stessi che col resto del mondo.

Dunque "Forlì città razzista": è questa, in ordine cronologico, l'ultima troiata della quale ci tocca parlare. Ma saremo brevi. O perlomeno proveremo ad esserlo. Senza riuscirci. Come al solito.

L'ambiente-tutto di Vigevano è dalle 19:45 di domenica scorsa che rosika a dismisura. Parzialmente comprensibile, dopo l'asfaltata del campo. Peraltro su una cosa hanno ragione: non ha brillato per stile, la FulgorLibertas, nella "gestione della vittoria". Che, badate bene, è importante anche più "della gestione della sconfitta". Non bene Tassinari a fare il cow boy a 1 cm dalla panca ducale sul +30: provocazione, e chi fa sport lo sa bene. Non bene Brigo che cade nella trappola di "The Millionaire" Ghersetti: brutta quella gazzarra a sirena suonata. Tanto per esser chiari.

Quando però, sempre domenica scorsa, andando a salutare (senza pernacchie) i colleghi lomellini prossimi alla ripartenza, li abbiamo sentiti bofonchiare scandalizzati circa gli ululuati razzisti a Ihedioha, lì ci è venuto il dubbio che l'amarezza del cronista/tifoso sconfitto stesse deformando la realtà. Dubbio confermato dal susseguirsi dei fatti. E dal disordinato ciarpame di dichiarazioni, esternazioni e fantasiose interpretazioni che ci giungono dalla Lombardia, sobillate - di più: autorizzate - dall'ineffabile giudice sportivo e dai 700 e rotti euro comminati alla società FulgorLibertas per le "offese ad un atleta ben individuato (se lo dicono gli arbitri, sic, nota di FB) della squadra avversaria, ispirate a discriminazione razziale".

E' andata così, ci crediate o no. In 10, forse 15, (badate bene, su un paio di migliaia di presenti), nei momenti più concitati del match hanno sporadicamente ululato (per l'appunto con il verso del "buh") a turno i seguenti atleti avversari: Ferrari, Ghersetti e Ihedioha. Gli avversari, cioè, parsi più animosi e agitati. Esattamente quello che successe - nelle settimane, nei mesi e negli anni scorsi - agli avversari di turno un pò sopra le righe sul parquet dei Romiti: inclusi i rigorosamente caucasici Aimaretti, Boni, Guarino e via discorrendo. Tradotto: i versacci colpiscono l'atteggiamento dell'atleta, non il colore della sua pelle. Adesso invece tutto è chiaro, tutto è certo, quegli ululati erano tutti per Ihedioha. Postulato che semplifica molto il quadro. E che senza dubbio diventa il terreno ideale su cui tirar sù un bel polverone. Operazione magnificamente riuscita, oltretutto. Parentesi: nella circostanza l'unico che ha realmente discriminato (tecnicamente parlando, sia chiaro) Ihedioha è stato coach Garelli, che se l'è dimenticato in panca dopo il suo buon inizio di gara. Chiusa parentesi.

Qualche anima pìa dirà: incivili a prescindere, quegli ululati. D'accordo. Ad una supposta "scuola di tifo" non li insegnerebbero. Poi però decidiamo se trascorrere la domenica a vedere uno scontro al vertice al calor bianco tra prime in classifica o ad un'ora di catechismo in parrocchia. Per poi prendere atto della redenzione dorotea di quella piazza che si fa orgogliosamente chiamare "Salonicco d'Italia", quella piazza che 2 stagioni fa sputava - dinnanzi agli occhi dello scrivente - addosso al suo attuale allenatore.

"Forlì città razzista" è una contraddizione in termini: non tanto perchè le statistiche dicono che siamo più rossi della Bulgaria ai tempi del Patto di Varsavia, e nemmeno perchè siamo l'unico capoluogo di provincia della terra che vuole talmente bene agli extracomunitari da aver concesso loro il centro storico cittadino: altrochè le solite, incivili, banali, scontate balineau! Forlì - restando al basket e alle tematiche razziali - da Griffin a McAdoo, da Attuia a Richardson, ha una tradizione trentennale di giocatori di colore amati e applauditi senza riserve che vale più di tanti discorsi 'ad minchiam'.

Quanto poi all'esposto, che si ventila possa evolvere in querela, nei confronti del telecronista forlivese Enrico Pasini, cui è effettivamente uscita una frase infelice nel corso del racconto del match sul satellitare SportChannel... beh qui siamo al grottesco. O meglio: siamo di fronte al tipico caso in cui parlarsi, chiarirsi e confrontarsi farebbe risparimare a tutti parole, nervoso e viaggi di fantasia del tutto inopportuni. Informatevi, gente. Enrico Pasini negli anni '90 veniva ventenne in Curva Romagna con la t-shirt di Che Guevara. Enrico Pasini è elettore di Rifondazione per sua stessa (amarissima) ammissione. Enrico Pasini è infine è cronista del Corriere Romagna, uno dei giornali più a sinistra d'Italia, anche più de "Il Manifesto" (anche se un filo meno della pagina forlivese del Resto del Carlino, da qualcuno ribattezzato di questi tempi "Il Resto di Balzani"). A Pasini è uscita in modo del tutto involontario una frase molto infelice: quel che può capitare a chiunque prenda un microfono e si cimenti in una telecronaca o in una radiocronaca, che richiede a volte di mettere le parole davanti ai pensieri. Non va bene ma può capitare. Chiedetegli di scusarsi pubblicamente, o di andarsi a bere una birra con Ihedioha. Lo farà senza meno. Perchè, poco ma sicuro, se Pasini è razzista io sono comunista.

Sensazione finale. Parlare di basket a 'sto giro per qualcuno era vagamente scomodo. E allora ha fatto diversamente.

Buh.

Riccardo Girardi
Contributo originale a cura di forlibasket.it.
Se ne autorizza il "copia & incolla" (totale
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A cura di
Riccardo Girardi
riccardogirardi@forlibasket.it



Articolo pubblicato
Mercoledì 01 aprile 2009 17:45

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