Storie di Basket


Le Leggende dello StreetBasket

Rubrica di
Riccardo Romualdi

"E' difficile essere umile se sei grande come lo sono io"
Walter 'The Truth' Berry

Nel libro "Storie di basket" c'è un capitolo intitolato "The Soul in the Hole". Lì ho raccontato una serie di leggende dello streetbasket americano, di giocatori che potevano essere e non sono mai stati, consapevole che per ognuno di loro ci sarebbe voluto non un solo capitolo, ma forse un libro. In molti mi hanno scritto dicendomi che ho lasciato fuori questo o quello. Beh, lo so. E per riparare al "torto", ecco un'altra spruzzata di otto giocatori che hanno sfiorato la leggenda e che sull'asfalto hanno avuto i loro momenti migliori. E, citando Halcombe Rucker: "Non chiedetemi se le leggende di strada sono vere. Vi risponderei con una bugia..."

Dwayne "Legend" Rogers: Houston, Texas, agosto 1997. Stagione Nba ferma, il caporedattore del Chronicle ha la bella pensata di fare un lungo reportage sulle leggende dello streetbasket e di piazzarlo al centro del giornale. Incaricato del tutto Randall Patterson, leggendaria firma del Chronicle, uno a cui i giocatori della Nba guardano di sguincio, e possibilmente cambiano marciapiede quando lo incontrano, perchè sostenere un'intervista con Randall, che di solito va di mannaia, è l'esperienza che eviteresti volentieri. Torniamo a noi. Patterson, abituato a palazzetti e buffet, si ritrova a dover girare per campetti, sotto un caldo bestiale, per incontrare fenomeni parastatali che potevano essere giocatori Nba, e che invece mettono insieme lo stipendio spacciando, rubando e delinquendo. Capirete che al quinto che incontra ne ha ampiamente i maglioni pieni, anche perchè la notizia, quella vera, proprio non la vede. Il sesto della lista è Dwayne Rogers, detto (modestamente, of course) "the legend". Patterson arriva all'indirizzo indicatogli ed incoccia sul dissestato vialetto d'ingresso di quella che una volta era una casa bianca, un pick up tenuto assieme con la speranza dentro cui c'è un operaio della Action Box Company, scatolificio da 8 dollari l'ora. Dialogo surreale. Randall: "Scusi, buon uomo, sa dove posso trovare il signor Dwayne "The Legend" Rogers?"; l'autista: "Certo, eccomi!". Oh, trovarsi davanti una leggenda su un pick up deve essere stato shock mica da ridere. Non però conoscendo il personaggio. Perchè Dwyane non è arrivato dove non è voluto arrivare. Mi spiego. Figlio del Texas rurale, senza storie di droga o di delinquenza alle spalle, 1.80 di movimenti profetici e di polpastrelli setati, ha semplicemente deciso che lui non avrebbe abbandonato casa sua per giocare a basket. E allora quando le università di mezza America hanno bussato a casa sua per borse di studio extralusso, lui ha semplicemente risposto di no. E così ha fatto con la Nba, con la Spagna e con l' Indonesia (massì!). Il tutto per continuare a mangiare a pranzo a casa della madre e giocare nella Southwestern Basketball League, neonato circuito professionistico, con i Galveston Storm o i Lake Charles Hawks, con questi ultimi preferiti perché lo avevano richiesto con maggiore cortesia, a 750 dollari al mese. Fino a quando gli Harlem Globetrotters non lo convincono, nel 2001, a divertirsi con loro ed a far divertire le folle. Ma poi se chiedi a Dwayne qual'è il suo sogno, lui ti risponde: "tornarmene a casa, il prima possibile!".

Benjamin "Benji" Wilson: Se qualcuno a Chicago chiede quale sia il prototipo dell'ala piccola moderna, penserà di sentirsi rispondere, e con una certa ragione, Scottie Pippen, mica poco. Se poi però qualcuno vi dovesse rispondere Benji Wilson, non meravigliatevi. Un 2.08 con un palleggio da esterno, con braccia lunghissime e che la mette con regolarità dai sette metri. Può bastare? Ecco, questo era Wilson. Roba da Nba, senza stare a discutere. Come capiscono anche quelli del Nike All-Star Game del 1984 che vengono letteralmente asfaltati da questa furia dal talento innaturale. Il problema di Benji, perchè da qualche parte la magagna c'è sempre, è che è nato per strada e con la legge della strada ragiona e vive. Nel South side di Chigcago incoccia in due adolescenti di una gang della zona, il 16enne Billy Moore e il 15enne Omar Dixon, freshmen nella vicina Calumet HS. I due ragazzotti ostruiscono il passaggio davanti all’uscita, e stando ai testimoni, Ben, facendo il gesto di farsi largo, pronuncia uno «Excuse me» evidentemente poco gradito. Soprattutto da Moore, che senza spostarsi gli chiede: «What’d you say, man?», cos’è che hai detto? Alle parole ripetute da Wilson, Dixon esorta il compare dicendo, secondo un’altra versione, «Let’s shoot this punk». A quel punto Moore tira fuori una calibro .22. «Che vuoi fare, spararmi?», domanda Benji. Dixon chiede a Wilson dei soldi e fa come per frugargli in tasca, Ben lo allontana con una spinta e Moore spara a Wilson tre colpi, due dei quali raggiungono il fegato e l’aorta. Muore poco dopo all'ospedale.

Ron "The Terminator" Mathias: Se nei playground di New York ti soprannominano Terminator, significa che sia dentro che fuori dal campo la spieghi un pò a tutti. E che, ovviamente, le leggende fioccano. La più conosciuta è datata 1988, quando il nostro si presenta al Rucker con consueta mezz'ora di ritardo, a metà partita, e si trova davanti Sean Couch e Rik Smits, olandese di 2.22 poi approdato con discrete fortune ai Pacers. Ecco, proprio dell'olandesone, a cui evidentemente non hanno spiegato come va il mondo a quelle latitudini, è l'errore fatale, perchè nella prima azione stoppa "The Terminator", che velatamente s'incazza e ne piazza 42 consecutivi, per poi sventagliare il punto 43 e 44 proprio sulla testa bionda di Rik con una schiacciata memorabile. Perchè non è arrivato ai piani alti? Beh, perchè la parte alcaponiana ha preso decisamente il sopravvento. Si va dal rubare i libri ai compagni di scuola per poi rivenderglieli (!), ad una denuncia dell'insegnante per molestie sessuali, ai cinque anni con la condizionale per aver picchiato selvaggiamente uno spacciatore che lo ha "fregato". Carriera e vita deragliate. Amen.

Curtis "C.J." Jones: Anche qui, occhio a chiedere nella MoTown chi è il più forte giocatore mai visto sotto l' 1.80. Perchè tutti, compreso l'Hall of Famer George "The Iceman" Gervin, vi risponderebbero "C.J. Jones". Forse 1.77, forse meno, un Allen Iverson in divenire, schiaccia cinque volte da fermo consecutive per scommessa. Intelligenza al limite della demenza (I.Q. a 70), viene rifiutato da tutti i college d'America. Si rifugia nel crack nonostante dall'Europa qualche chiamata arrivi, e siamo negli anni '60 quindi è dura farsi conoscere. Esce dalla droga solo per una promessa da mantenere con la madre morente. Ma il fisico chiede il conto: a 50 anni muore di attacco cardiaco.

Walter "The Truth" Berry: Questo due robe al piano di sopra le ha anche spiegate, visto che cinquatelleggiava quando ancora 'Melo e Lebron erano nei pensieri dei rispettivi padri. Poi però la decisamente scarsa modestia (vedi frase ad inizio pezzo) ed un rapporto confidenziale con gli stupefacenti lo porta in Europa, dove per 14 anni incanta. Negli Usa, ed in particolare a New York (e dove altrimenti?) rimane la sua leggenda, quella di un 2.08 con movimenti felini e tecnica di tiro orrida ma stranamente efficace. E con una capacità di vincere le partite unica. Il soprannome? Facile: qualsiasi aneddoto, anche il più incredibile, vi raccontino di Berry, è la verità. The truth, appunto.

Louis "One and Only" Williams: Quando uno dice che il talento è distribuito dall'Altissimo un pò a casaccio, lo fa con ragione. Soprattutto se poi il soggetto della cosiderazione è Lou Williams, uno a cui del basket non è mai fregato una mazza. Prego? Già, tutto vero. Prodotto delle zone rurali del Missisipi, talento su cui non stiamo nemmeno a spendere parole, rifiutò le borse di studio di Kentucky e Louisville, che ne volevano fare un giocatore, per andare a Louisiana. Perchè a lui del basket non importava. Vai te a capire...

Booker "May Son" Washington: Alabama. Nero come la pece. Anni '60. Mescolate e capirete che per il ragazzo anche solo il girare per strada è un'avventura. Poi però si allacciano le scarpe e lì domina gente come Baylor. Pecularità di "May Son": raccontare al suo avversario quello che farà e poi farlo. Robe del tipo bloccarsi in palleggio a metà campo, guardare negli occhi il difensore e: "Ok, adesso vado a sinistra, mi fermo, faccio un passo indietro e te la sparo sulla faccia" Detto, fatto. Non male, gente, non male...

Artie “Jumping” Green: Ogni volta che lo menzionano, fra i ballers degli Anni 70 e 80, gli occhi di chi ricorda si illuminano. La visione di Artie che veleggia è tuttora indelebile nel riflesso delle loro pupille, e se uno si concentra, quasi quasi riesce a vederlo. Artie ottiene i suoi dissennati punti quasi per default. Ai tempi della Resurrection, nelle varie leghe giovanili, il coach – per punizione – fa sprintare l’intera squadra con addosso le giacche della tuta imbottite di pesi. Vernon “VJ” Moore dice del suo ex compagno: «Artie si immischiava in talmente tanti guai che lui la giacca coi pesi doveva portarla per tutto l’allenamento». Con elevazione a propulsione jet, Green giocò per la superpotenza Taft HS, poi fu reclutato da Marquette subito dopo che il college aveva vinto il titolo nazionale del ’77. Le leggende abbondano. «Una volta schiacciò così forte su Ray Williams dei Knicks che gli ruppe il naso», giura Ted Nitro Lake, ex ballplayer di Harlem. «Artie aveva una partita al torneo Whitney M. Young. Uscì per falli a cinque minuti dalla fine, e gli spalti si svuotarono», si accoda il collega Gerald “Doogie” Thomas. Lo spettacolo era finito.

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Riccardo Romualdi
Contributo originale a cura di forlibasket.it.
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A cura di
Riccardo Romualdi
riccardoromualdi@forlibasket.it



Articolo pubblicato
Giovedì 27 dicembre 2007 11:33

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